MADONNA della PIETA', Turri Piano, SO, Italia Valdidentro, Fiordalpe

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MADONNA della PIETA', Turri Piano, SO, Italia Valdidentro, Fiordalpe

DETTAGLI

  • Madonna della pietà (Area)

    Poco oltre l'abitato di Premadio, nella località un tempo detta “Croce di Turripiano” accanto all'antica strada che collegava l'Alta Valtellina con il centro Europa, domina il Santuario della Madonna della Pietà. Secondo una tradizione orale l'edificio venne costruito per il voto fatto dai parrocchiani di Premadio, Molina e Turripiano dopo la peste del 1636; in realtà la sua costruzione venne promossa da Paolo Sfrondati, padre gesuita vissuto nel XVII secolo, ricordato per la sua indole intransigente ed estremistica che si esprimeva in accese prediche. Fortemente ammirato dalla popolazione, che avvertiva nella sua persona un alone di santità, conduceva interminabili processioni con al capo corone di spine e sulle spalle pesanti croci, seguito da migliaia di persone scalze e flagellanti in segno di penitenza.Morto a soli 36 anni, visse la sua breve vita all’insegna del riscatto dal peccato e della meditazione sui sette dolori della Madonna Addolorata, cui era particolarmente devoto. I lavori di costruzione della chiesa iniziarono nel 1674, ma non si conclusero che una settantina di anni dopo. Nel 1699 l'arciprete di Bormio don Cristoforo Peccedi, su delega del Vescovo di Como, la benedì e nel 1702 si conclusero i lavori della facciata, mentre nel 1733 si finì anche l'elegante campanile con cuspide a bulbo. All’interno della chiesa degna di nota è l'ancona lignea dell'altare maggiore, intagliata nel 1706 da Giovan Maria Donati di Isolaccia. Incornicia una bella tela, stilisticamente affine all'ambito dei Procaccini, che raffigura il Compianto sul corpo di Cristo. Gli altari ai lati della navata presentano due ancone decisamente più modeste. Sulla tela dell'ancona di destra è raffigurata La Crocifissione, mentre su quella di sinistra S. Anna, Gioacchino e la Vergine bambina, opera del 1761 di Giovanni Giorgio Telser.

  • Santa maria nascente (Area)

    L’attuale chiesa, intitolata a S. Maria Nascente, venne costruita nel 1935 su progetto dell'ingegnere Cola di Bormio e consacrata nel 1938, in sostituzione di quella cinquecentesca (1520) edificata dopo il passaggio di una spaventosa epidemia pestilenziale. Proprio in segno di riconoscenza per la protezione profusa durante il contagio, fu dedicata a Maria (Maria Nascente dal 1892) e ai santi Rocco e Sebastiano, invocati contro il terribile morbo. La chiesa originaria era caratterizzata da un campanile a cuspide molto slanciato. Purtroppo ci rimangono poche informazioni a riguardo: un devastante incendio, avvenuto nel 1849, distrusse, oltre a buona parte del paese di Isolaccia, anche la casa parrocchiale con il relativo archivio. La chiesa di Isolaccia era infatti divenuta parrocchia autonoma, staccandosi dalla chiesa madre di Pedenosso, nel 1737. La chiesa odierna si caratterizza per i dipinti del presbiterio, eseguiti da Turoldo Conconi nel 1954 con la tecnica dell’encausto (antica tecnica pittorica fondata sull'uso di colori sciolti nella cera e riscaldati al momento di dipingere). Al centro dell’abside è rappresentata l’Ascensioneal cielo di Maria Vergine, nelle porzioni laterali le scene della Natività e della Discesa dello Spirito Santo. La chiesa custodisce inoltre nella seconda cappella di destra un altare di particolare interesse, opera dell’intagliatore locale Cesare Rini, e due tele settecentesche raffiguranti rispettivamente la Madonna del Buon Consiglio con S. Antonio Abate e S. Bernardino da Siena, e S. Antonio da Padova con un santo non meglio identificato. Merita un particolare accenno il secondo altare di sinistra che conserva le statue cinquecentesche della Madonna, di evidente fattura nordica, e dei santi dell’acqua (Rocco e Sebastiano), generalmente coperte da alcuni drappi e svelate solo in circostanze particolari. Le statuine lignee dorate e policromate sono inserite in una bella ancona, anch’essa in legno policromato, probabile opera settecentesca della bottega Donati di Isolaccia. La Madonna dell'Acqua veniva invocata con sentita devozione nei periodi in cui la siccità minacciava i raccolti. La storia del ritrovamento della statua, insieme a quelle dei santi Rocco e Sebastiano, è raccontata sulle vetrate istoriate sovrastanti le porte laterali, realizzate dall’artista Alberto Creppi. La leggenda racconta che le statue, rivelatesi miracolose, furono ritrovate dalla famiglia Ponti di Isolaccia tra la legna accatastata in una casa di contadini protestanti nella vicina Engadina e furono poi trasportate al paese, dove vennero gioiosamente accolte, diventando subito oggetto di fervente venerazione.

  • San carlo (Area)

    La costruzione della chiesa, intitolata a S. Carlo, S. Sebastiano e S. Rocco, santi tradizionalmente invocati contro la peste, va ricondotta ad un voto fatto dagli abitanti di Semogo nel 1636 per arginare la terribile pestilenza che stava dilagando nel Bormiese. L'edificazione ebbe inizio intorno al 1640 e si concluse nell'arco di vent'anni. L'impianto architettonico dell'edificio, a navata unica, è semplice; l'unico elemento di gusto barocco è il campanile a bulbo risalente al 1675. Originariamente sulla facciata erano raffigurati i santi Rocco e Sebastiano, sfortunatamente andati persi nel corso dei secoli. All'interno della chiesa, sull'altare maggiore, è collocata una grande ancona lignea (XVIII secolo), abbellita da una pala seicentesca di ignoto autore proveniente dalla chiesa parrocchiale di Semogo. La tela raffigura S. Carlo inginocchiato dinnanzi alla Vergine con il bambino. Il “castissimo” Carlo Borromeo (1538-1584) era particolarmente venerato nel Bormiese: una sua lettera autografa, conservata nella chiesa collegiata di Bormio, era adorata alla stregua di una reliquia. A S. Carlo furono anche intitolate diverse sorgenti d’acqua cui si attribuivano poteri terapeutici. Una di queste si trova sul versante opposto alla chiesa, nel cosiddetto Bosco del Conte. La leggenda vuole che sia stato S. Carlo in persona a benedire la fonte e a renderla miracolosa; a testimonianza del suo passaggio, storicamente infondato, vi sarebbe una sua impronta impressa sulla roccia da cui sgorga l’acqua.

  • San cristoforo (Area)

    La chiesa di S. Cristoforo di Premadio, citata per la prima volta in un documento del 1397, si presenta oggi come un edificio non del tutto omogeneo, frutto di una storia edilizia complessa che ha ormai cancellato quasi ogni traccia della originaria struttura medievale. Fu ampliata nel XVII secolo, anche in conseguenza dei richiami fatti dal vescovo Archinti in visita pastorale negli anni Venti del Seicento. Gli interventi più consistenti risalgono tuttavia al terzo decennio del XIX secolo, quando la comunità di Premadio ottenne per S. Cristoforo la dignità parrocchiale (1844). La struttura attuale, un’unica navata con ampio presbiterio e cappelle laterali, è infatti frutto di quel restauro ottocentesco. Anticamente sulla facciata doveva giganteggiare la figura del santo titolare Cristoforo, molto venerato in Alta Valtellina e già rappresentato nelle chiese di S. Lorenzo e S. Vitale di Bormio, S. Giovanni a Molina, S. Lucia in Valdisotto e S. Rocco a Uzza. Poiché lo si considerava protettore dalla morte improvvisa, godeva d'ampio credito tra i viandanti che si rassicuravano nel leggere la scritta che normalmente compariva accanto alla sua effigie: Christofori Sancti speciem quicumque tuetur illo namque die nullo languore tenetur (Chiunque guarderà la figura di S. Cristoforo certamente quel giorno non sarà sopraffatto dalla fiacchezza).Le origini medievali dell’edificio possono essere confermate anche dalla presenza di un elemento architettonico comune a molte chiese antiche: il loggiato esterno, sebbene l’originario ligneo sia stato sostituito dall’attuale in muratura. All'interno della chiesa sono degni di nota i due altari laterali, dedicati alla Vergine, chiari esempi di quanto la Controriforma abbia attecchito in loco. La chiesa cattolica a quell’epoca insisteva infatti nel proporre l’immagine di Maria, tanto avversata dai vicini protestanti, al fine di mantenerne salda la devozione. L’altare di sinistra, dedicato alla Madonna del Rosario, venne realizzato a metà del Seicento, solo qualche anno prima della commissione della tela (Vergine del Rosario) e dell'ancona lignea che lo adornano, quest’ultima realizzata da Giovan Pietro della Rocca, abile intagliatore del legno originario di Oga.L'altare di destra, dedicato alla Natività di Maria, presenta invece una tela raffigurante la Natività della Vergine, pesantemente ridipinta, e un’ancona lignea, datata al 1708, opera riconosciuta dell'intagliatore di Isolaccia Giovan Maria Donati.

  • San gallo (Area)

    Un’aura di mistero avvolge l'origine della chiesa, di cui non si conosce né la data di fondazione né l’originaria funzione. Sono quindi ipotesi sia che fosse annessa ad uno xenodochio costruito per dare ospitalità ai passanti sulla contigua strada regale di Fraele, sia che facesse parte di un complesso fortificato o di un piccolo monastero. A far propendere per una fondazione alto-medievale è la dedicazione all’irlandese S. Gallo, il cui culto fu introdotto nel Bormiese dall'abate dell'Abbazia di S. Dionigi di Parigi, tale Waldo, signore feudale della Valtellina, per concessione di Carlo Magno nel 775. La prima citazione documentaria della chiesa di S. Gallo risale al 1243. A quel tempo ancora non vi si impartivano i sacramenti, appannaggio esclusivo della plebana di Bormio, ma la lontananza e la rigidità degli inverni indussero presto gli abitanti del luogo a richiedere al capitolo la possibilità di elevare la chiesa a parrocchia indipendente.Divenuta autonoma nel 1467, S. Gallo fu sottoposta ad un ampliamento. Nell'agosto del 1480, a lavori ultimati, la chiesa venne consacrata dal vescovo di Como Branda Castiglioni, il quale favorì l'arredo nel nuovo edificio concedendo particolari indulgenze a tutti coloro che avessero devoluto lasciti o donazioni alla chiesa. Nel 1482, su suggerimento del francescano Gherardo Da Casate di Monza, furono affrescati i muri interni con splendide figure a grandezza naturale dei santi Francesco e Antonio Abate e del beato Simonino, il bambino di Trento rapito e ritrovato ucciso il giorno di Pasqua del 1475, della cui morte, inferta con orribili sevizie, furono accusati gli ebrei. La persistenza con cui il santo bambino venne in quegli anni rappresentato nelle chiese del Bormiese segnala una persistente ossessione antisemita, ulteriormente testimoniata dalla spesa iscritta nel 1483 nei registri del Contado per l’esecuzione di un ebreo arso sul rogo. I due altari laterali di cui la chiesa era un tempo dotata, dedicati rispettivamente a S. Carlo Borromeo e alla Beata Vergine prima ed alla Confraternita dei disciplini poi, vennero demoliti su disposizione del vescovo Feliciano Ninguarda, in visita apostolica nel 1614. L'imponente ciborio ligneo dell’altare centrale, risalente al XVII secolo, è purtroppo andato perso a causa della noncuranza conseguita alla perdita della dignità di parrocchiale, avvenuta nel 1833. Il degrado e l’abbandono della chiesa, affiancata dal cimitero parrocchiale, sono purtroppo proseguiti nei secoli successivi tanto da finire con il farle acquisire la nomea di “chiesa dei morti”.Nel 2001, conclusi i lavori di restauro, è stata riaperta al culto.

  • San giovanni batista (Area)

    La costruzione della chiesa, intitolata a S. Giovanni Battista, risale probabilmente all’ultimo decennio del XIV secolo.Voluta dalla comunità di Molina che ne mantenne il patronato sino ai decreti napoleonici di inizio Ottocento, essa presenta un’unica navata ed il presbiterio sul lato orientale; la sua collocazione verso il sol levante, secondo l’uso medievale, è chiaro simbolo del Verbo che sorge ad illuminare l’umanità. Come si legge nella data a fianco del rosone, la volta che copre la navata venne innalzata nel 1533, parallelamente al rifacimento dell’edificio, completato sette anni dopo con la costruzione del campanile. I lavori compromisero il bell’affresco del ‘400 raffigurante S. Cristoforo, presente sulla parete sud. Questo santo compariva frequentemente sulle facciate esterne delle chiese dislocate lungo le vie di transito. Si riteneva infatti che la visione della sua immagine potesse preservare dagli incidenti. Particolarmente bisognosi della sua protezione erano i mercanti che transitavano da Molina e che, diretti verso il Tirolo e la Baviera, s’accingevano a intraprendere l’accidentata strada dell’Umbrail. All’interno della chiesa è da segnalare l’ancona seicentesca dell’altare, dove è collocata la statua della Madonna col Bambino tra S. Giovanni Battista, vestito con pelli d’animale, e S. Giovanni Evangelista che regge la coppa con la vipera. L'iconografia dell’Evangelista evoca un’antica leggenda secondo cui il santo rimase indenne dopo aver bevuto da una coppa avvelenata offertagli dal sacerdote del tempio di Diana a Efeso.Nel Medioevo questa leggenda fu interpretata in chiave simbolica: il calice come rappresentazione della Chiesa e il serpente come prefigurazione di Satana. Spesso associati al sole che tramonta e a quello che sorge, il Battista e l’Evangelista sono un evidente richiamo al passaggio dall’Antico Testamento alla nuova era di Cristo raccontata nel Nuovo.

  • San martino bagni ve... ... (Area)

    Non si conosce la data di fondazione della chiesa di San Martino ai cosiddetti Bagni di Bormio. Documentata sin dal 1092, anno in cui viene citata in un atto relativo ad una donazione di beni da parte del Vescovo di Como Arduico, in visita a Bormio, la chiesa scampò alla demolizione del 1201 imposta dal trattato di pace stipulato tra Como e Bormio, che prevedeva la distruzione di tutte le fortezze e che infatti interessò la Serra dei Bagni, fortificazione nelle vicinanze dell'edificio sacro.Intorno al XII secolo le testimonianze documentarie parlano di case costruite intorno alla chiesa: si trattava probabilmente di un antico xenodochio, come le analoghe istituzioni di S. Perpetua a Tirano, S. Remigio in Val Poschiavo e S. Martino di Serravalle. Alla fine del XV secolo, per la precisione nel 1496, vennero effettuati importanti lavori e si provvide ad una parziale ricostruzione della chiesa. Allora l’edificio disponeva di un porticato esterno, di un ossario e di un cimitero; tutti elementi scomparsi in seguito al pesante rifacimento della struttura operato nel XX secolo, nel corso del quale l’antica pavimentazione in lastre di pietra fu sostituita con quella attuale in piastrelle. La chiesa, a pianta rettangolare, presenta un’architettura molto semplice. L’interno, alquanto rimaneggiato nel corso dei secoli, conserva una loggia addossata alla controfacciata (comune a molte chiese della zona), un tempo frequentata dai soli uomini, sotto la quale si trovano delle decorazioni ottocentesche. I motivi di maggiore interesse artistico sono comunque i frammenti di affreschi tornati recentemente alla luce lungo le pareti laterali, parte di cicli pittorici sicuramente più estesi. Risalenti alla fine del XV secolo, sono attribuiti alla scuola dell’artista noto come Giovannino da Sondalo. Sulla parete di destra si intravedono S. Caterina con la ruota e S. Barbara con il calice, l’ostia e altre tre sante; sulla parete di sinistra si intuisce una Crocefissione. Nel catino absidale, un tempo completamente dipinto, sono invece attualmente visibili: la scena di S. Martino che divide il mantello con il povero, alcune parti di stemmi e una lunga scritta, che permette di attribuire quest’opera all'artista grosino Cipriano Valorsa e datarla al 25 agosto 1564.

  • Ss martino e urbano (Area)

    La chiesa parrocchiale dei Ss. Martino e Urbano a Pedenosso, situata in posizione dominante rispetto all’abitato di Isolaccia, accoglie il visitatore con una scenografica gradinata e un affresco in facciata raffigurante S. Martino nell’atto di dividere il mantello con il povero, opera di Johann Georg Telser. La posizione arroccata, il portico coperto che circonda l’edificio, le sottili feritoie, la torre-campanile, l’asimmetria architettonica e la stessa consacrazione al santo guerriero lasciano pochi dubbi sul fatto che S. Martino fosse in origine una chiesa-fortezza, come d’altronde le vicine chiese, di identica dedicazione, di Serravalle e dei Bagni di Bormio. La cointitolazione al santo papa Urbano fu aggiunta nel 1624, in piena Controriforma. Benché non vi siano documenti archivistici che ne attestino le origini, la chiesa è certamente molto antica, forse addirittura carolingia. Il culto di S. Martino, il santo soldato che da servitore dell’imperatore divenne servitore di Cristo, fu infatti diffuso dai Franchi e risulta ampiamente documentato in Alta Valtellina. Qualunque siano le sue origini, nel 1334 la chiesa era certamente esistente, come testimoniano gli Statuti del Contado di Bormio dell’epoca, secondo cui la Santa Croce doveva essere trasportata da Bormio alla chiesa di Pedenosso, divenuta poi parrocchiale nel 1453. Poco sappiamo dell’edificio fino al XVII secolo, epoca in cui, a causa delle guerre di religione, venne impiegato come posto d’osservazione e, spogliato di ogni bene, adibito a stalla per cavalli. Terminati i conflitti, la chiesa di S. Martino abbandonò il suo carattere militare ed assunse l’aspetto odierno. L’edificio venne rifatto, il tetto sostituito, la sacrestia completamente riedificata. Furono anche realizzati il loggiato esterno e la scalinata. Internamente la chiesa si arricchì delle quattro cappelle laterali e di alcune finestre.Nel 1668 si provvide ad arredare l’altare del Rosario (seconda cappella di destra), abbellendolo con un altare ligneo finemente scolpito, realizzato dai fratelli Michele e Melchiorre Cogoli e poi indorato dal bormino Fogaroli, completato da un prezioso paliotto in scagliola. Nei primi anni del Settecento venne terminata anche la cappella di S. Antonio. Degno di nota è il suggestivo soffitto a cassettoni, rivestimento tipico di molte chiese locali, di cui S. Martino propone uno dei pochi esempi ancora conservati in Alta Valle. Di grande impatto visivo è poi la decorazione parietale del presbiterio, realizzata dal Telser. Dal 1760 l’artista di Sluderno in Val Venosta lavorò incessantemente alla volta e alle pareti absidali, dando prova di maestria grazie ad un sapiente uso dei colori e del chiaroscuro.

  • Sant'abbondio (Area)

    Le prime notizie sulla chiesa di S. Abbondio risalgono al 1328. L'edificio venne restaurato nel 1490, probabilmente a seguito di un’indulgenza di 40 giorni che il visitatore apostolico Giacomo De Mansueti, concesse a coloro che avessero visitato o fatto doni alla chiesa. Imponente fu anche il rifacimento del 1624 che seguì l’autonomia parrocchiale; precedentemente la chiesa di S. Abbondio dipendeva infatti dall’arciprete di Bormio, che delegava quale responsabile il curato di Pedenosso. Altri lavori si effettuarono, sempre nel XVII secolo, quando si innalzarono e intonacarono i muri, si rifece la loggia interna e la pavimentazione. Risalgono al XVIII secolo le due ancone ancor oggi visibili all'interno degli altari laterali. Una è dedicata alla Beata Vergine Maria e fu eseguita da Giovanni Battista Scher nel 1724; l’altra, della Beata Vergine del Buon Consiglio, è opera invece del tirolese Mathias Peder.Il 18 maggio 1736 fra Giorgio di S. Bernardo dei Carmelitani scalzi donò alla parrocchia di S. Abbondio le reliquie dei santi martiri Celestino, Paziente, Modesto e Urbana, i cosiddetti Santi del Sole perché venerati e portati in processione per propiziare il bel tempo. In un inventario del 1796 la chiesa di Semogo viene descritta come incapace di contenere la popolazione del paese e in cattive condizioni, eccetto il coro fatto di fresco. Nel 1832 si decise quindi di intervenire e dell’antica costruzione rimase solo il coro e parte di un muro.Nel 1914 il parroco Albino Bradanini iniziò una raccolta di fondi che portò alla costruzione, nel 1923, di una chiesa provvisoria, divenuta in seguito asilo infantile. Nel 1926 crollò il pericolante campanile della vecchia chiesa, anticipando i tempi di un sofferto abbattimento programmato; quel giorno, coloro i quali si recarono a Bormio per la visita ufficiale del principe Umberto di Savoia, dovettero farsi strada tra le macerie del campanile che ingombravano la strada comunale. L’attuale chiesa, conclusa e consacrata nel 1932, si deve alla progettazione dell'ingegnere Moiola e dell'architetto Zanchetta di Milano. Ristrutturata nel 2004, ha accolto nel 2008 un organo proveniente dalla chiesa Evangelica Luterana di St. Michael a Weiden.

  • Sant'antonio abate (Area)

    Il toponimo di questa località, documentato per la prima volta in una pergamena del 1220, deriva dal latino scamnum (o scamnulum) e ricorda probabilmente lo sgabello naturale di roccia calcarea che incombe sopra l’abitato di Isolaccia. La falesia di Scianno, a strapiombo sul paese, ha alimentato nei secoli numerose leggende. Si racconta che la buia spaccatura della roccia sottostante, nota come sc’clapa de li sc’tria (fessura delle streghe), fosse luogo d’incontro delle streghe con il diavolo. Secondo la cosiddetta “leggenda della zingara” la fenditura che spacca il sasso di Scianno sarebbe invece legata al passaggio di un gruppo di zingari attraverso la Valdidentro (realmente avvenuto nel 1505). Questi, giunti sopra la rupe che domina il paese, si liberarono della zingara più anziana, gettandola dall'alto del dirupo. All'urlo “maledetti” della donna, si aprì una fessura nera nella roccia che inghiottì coloro che l'avevano buttata nel burrone e il rimbombo dell'acqua della cascata si trasformò in un lamento. C'è chi racconta che, ancora oggi, nelle notti di luna piena gli spiriti malvagi di quegli zingari folleggino e danzino lassù, dove è rimasta, a testimonianza dell'avvenimento, una nera spaccatura. Ad oggi corre anche voce di uno strano episodio, che sarebbe accaduto pochi decenni fa: una donna venne vista risalire la fenditura delle streghe portando sulle spalle una gerla piena di orzo in fiamme, inspiegabilmente arrivata a destinazione perfettamente intatta. Fu forse per esorcizzare la potenza diabolica del luogo che nel 1704 si costruì la piccola chiesetta intitolata a S. Antonio Abate, il santo che nel deserto affrontò le tentazioni del demonio.Secondo la tradizione popolare S. Antonio possedeva grandi poteri. A lui gli abitanti di Isolaccia attribuirono lo scampato pericolo per l’enorme valanga distaccatasi dalle rupi di Platòr nel 1886, quando l’avanzata del fronte nevoso si arrestò miracolosamente in prossimità della chiesa e delle case evitandone la distruzione. Benché di piccole dimensioni, l’edificio, benedetto nel 1718, si compone di due navate; quella di destra fu aggiunta nel 1779. Sopra il portale d'ingresso appare l'iscrizione “Divo Antonio dicatum” (dedicata al divino Antonio). L’interno della chiesa, povero e modesto, presenta invece sulla volta dell’abside affreschi con i quattro Evangelisti; mentre la statua del santo titolare è alloggiata nell’ancona settecentesca posizionata sull’altare centrale.

  • Ss trinità (Area)

    La chiesa della SS. Trinità di Turripiano è certamente la più rigorosa testimonianza della Controriforma nel Bormiese. La costruzione della chiesa fu ultimata nel 1593, a baluardo contro l’avanzare del protestantesimo, già ampiamente diffuso nella vicina Svizzera e che le Tre Leghe Grigie, detentrici dal 1512 della signoria del Contado, cercavano di diffondere anche in Valtellina.Nel 1557 i Grigioni emisero un editto in cui si dava ordine ai ministri cattolici e ai pastori evangelici di alternarsi nella predicazione nelle chiese locali. Preoccupato della situazione, il clero cattolico fece di tutto per attuare, qui più che altrove, le disposizioni del Concilio di Trento. Ad interpretare in modo più zelante questo impegno fu il vescovo Feliciano Ninguarda che si adoperò in prima persona per la costruzione della chiesa di Turripiano. La supervisione del vescovo è evidente nel ciclo pittorico che orna il presbiterio, purtroppo incautamente danneggiato alcuni decenni fa, ma fortunatamente ancora leggibile. Il contenuto dei dipinti è altamente teologico: non ci sono né il santo patrono della parrocchia, né uno dei vari santi ausiliatori, invocati a protezione di malattie e calamità e tanto cari alla pietà popolare, ma un ciclo nelle quattro lunette e la Madonna, simbolo della chiesa romana, incoronata dalla Trinità nella lunetta centrale. Il filo che lega le scene raffigurate è l'annuncio e la manifestazione della divinità dell'uomo Gesù, divinità che i riformati misero in discussione. Nella prima lunetta venne raffigurata la scena dell'Annunciazione, nella seconda quella della Natività, nella terza il Battesimo di Gesù e, infine, nella quarta la Trasfigurazione (oggi conservata nella cappella minore della nuova chiesa di Premadio). Le Sacre Scritture, fondamento della Chiesa, furono invece evocate dalle figure dei quattro Evangelisti, un tempo raffigurati sulle lunette della volta ed ora parzialmente conservati, dopo che trent'anni fa vennero incautamente strappati, dalla Parrocchia di Premadio, come peraltro le figure degli Apostoli, prima collocate nel sottarco. L'immagine della Madonna, ripetuta anche all’esterno nella nicchia a sinistra della porta laterale ma oggi purtroppo completamente svanita, aveva l’evidente scopo di proclamare l’investitura divina dell’istituzione ecclesiastica romana ed il suo ruolo di mediazione tra Dio e gli uomini, rifiutato dai protestanti.L'intitolazione alla SS. Trinità era allo stesso modo una risposta a coloro che non riconoscevano questo dogma. Al messaggio teologico la comunità di Turripiano, in occasione della pestilenza che colpì il bestiame nel 1743, associò il culto di S. Antonio Abate, dalle finalità ben più concrete. La devozione per il protettore degli animali, in onore del quale venne edificata anche una cappella laterale, si impose e finì con il sostituire il titolo originario della chiesa. L’altare laterale conserva l’ancona originaria di modesta fattura e una tela recente del santo.